Paura post Covid-19: questa volta tocca a noi

(di Mirco Casteller). In questo momento siamo chiamati a diventare tutti parte di una comunità che affronta un’emergenza sconosciuta e ignota

E’ appena iniziata la scuola e già i primi casi di bambini positivi ….la mente corre veloce verso la paura per i nostri figli, con le prime grandi domande ma entreranno a scuola? saranno protetti? si contageranno ? potranno morire?

E il transfer si fa sentire, genitore e psicologo, psicologo e genitore, ma pur tentando di rimanere fermo sulle barricate della scienza come per anni abbiamo studiato e invocato, come un soldato al fronte., l’ultimo baluardo a difesa della sicurezza della propria famiglia, non riesco a fare a meno di pensare che sto parlando dei miei figli, dei nostri figli non di oggetti o altro.

Sono uno Psicologo, ma sono anche padre e come molti di voi ho vissuto le mie paure e per professione ho conosciuto le paure dei miei pazienti, momenti di angoscia e timore per la loro vita.

Ricordiamocele …..ma soprattutto rendiamoci conto che non le dimenticheremo mai e nel nostro inconscio rimarranno sedimentate per tutta la vita e ci cambieranno nei costrutti primari del nostro essere.

Immobili davanti ai supermercati.

In fila e distanziati.

Sigillati nelle case.

Fuggi o fermati ci suggerisce l’amigdala, antico meccanismo biologico di reazione al pericolo.

Fermarsi è meno rischioso.

Se corriamo il leone ci sbrana.

Se restiamo immobili non si sa.

Ma perché siamo tutti così spaventati?

Innanzitutto, c’è la paura dell’ignoto, di ciò che non si conosce, dicono gli esperti.

Al di là delle prime evidenze scientifiche, il nuovo virus è ancora poco conosciuto: non sappiamo veramente come si è originato, non se ne conoscono con esattezza il tasso di contagio, di letalità e di mortalità, che purtroppo si potranno calcolare con numeri precisi solo alla fine di questa brutta avventura…

In secondo luogo, il cervello umano è predisposto al contagio emotivo: attraverso i neuroni specchio, gli esseri umani entrano in empatia gli uni con gli altri assorbendone anche le emozioni negative, lo stress, e persino il panico.

Infine, ci sono state le misure drastiche prese in alcune città, che mettono un po’ in agitazione anche coloro che, basandosi soltanto sui numeri della malattia ad oggi, guarderebbero al Coronavirus Covid-19 come ad una patologia assimilabile alle normali influenze stagionali.

E i bambini ?

Qui cade l’asino…..

Non illudiamoci….Saremo totalmente indifesi, prepariamoci perché il panico che ci avvolgerà al primo starnuto a scuola dell’amico o al primo raffreddore ancor prima di qualsiasi allarme di possibile coronavirus e soprattutto facciamocene una ragione, nessuno potrà aiutarci semplicemente perché non potremo proteggerli dall’ignoto, da quello che non conosciamo….non ci rimarrà che vivere le nostre paure e affidarci agli interventi post riparatori della medicina, ma a differenza di un adulto il bambino malato coinvolge sfere emotive che non saranno facili da gestire.

Cercheremo in tutti i modi di mostrarci sereni sul tema del Coronavirus, cercheremo di non parlare dell’argomento, salvo che non siano loro a chiederci spiegazioni.

In tal caso, punteremo alla positività.

Ma dovremo tenere presente alcuni punti fermi, se vorremo tentare di rimanere genitori.

Il primo è l’età dei propri figli.

Per esempio i bambini, a differenza degli adolescenti, hanno maggiore bisogno dell’ambiente familiare per sentirsi rassicurati, mentre i ragazzi hanno una fisiologica spinta verso i rapporti coi propri pari unita al bisogno di sentirsi indipendenti.

Si stanno verificando problematiche derivanti dalla mancanza di contatti sociali e dalla paura del contagio, quali ansia e disturbi depressivi, disagi emozionali.

Il disagio può essere espresso anche attraverso il comportamento, ne sono un esempio l’irritabilità e la mancanza di concentrazione che possono essere dovuti alla difficoltà di mantenere ritmi diversi da quelli abituali; oppure i comportamenti regressivi (bagnare il letto, voler dormire nel lettone), i disturbi del sonno (incubi, risvegli notturni, fatica ad addormentarsi) o dell’alimentazione.

Altri segnali da tenere in considerazione sono i sintomi psicosomatici (mal di testa, mal di pancia, affaticamento) in quanto il disagio specialmente nei bambini può essere espresso attraverso il corpo. I bambini hanno bisogno di certezze e sono molto sensibili a ciò che accade intorno a loro, soprattutto per quel che riguarda gli stati emotivi delle persone più vicine. In questo momento di grande incertezza i bambini possono sviluppare sentimenti di paura legati al vissuto di perdita reale o percepita.

Ma teniamo presente che tutto quello che vivremo avrà delle conseguenze a lungo termine sul piano psicologico e sociale, per noi e per i nostri figli, anche quando la vita di tutti sarà tornata alla normalità. I bambini potrebbero sviluppare problemi a riadattarsi alla quotidianità, come ansia da separazione, ansia per la salute, timori relativi al trovarsi fuori casa (consumare pasti fuori casa, frequentare luoghi affollati, timore del contatto ravvicinato, ecc…), calo delle prestazioni scolastiche, saranno inferiori rispetto al passato delle competenze sociali ed emotive.

Inoltre, ci potremo trovare davanti alla sindrome dell’untore cioè il rischio di essere etichettati come “portatori di malattia” qualora abbiano contratto il virus o anche una semplice influenza. Dovremo prepararci ad elaborare eventuali traumi in questo periodo (ospedalizzazioni, lutti, separazioni dovute alla quarantena di familiari, vissuti traumatizzanti in generale).

In questo momento siamo tutti parte di una comunità che affronta un’emergenza sconosciuta e ignota, che sta mettendo la collettività a dura prova e che lascerà un segno: i bambini sono i più vulnerabili da un punto di vista psicologico e perciò hanno diritto a una maggiore attenzione e protezione.

Questa “reclusione” forzata necessaria può portare con sé anche aspetti positivi, in particolare più tempo per la riflessione, per riscoprire le relazioni, per dedicarsi alla creatività, ma contemporaneamente non possiamo ignorare che questa limitazione stia privando i bambini di un aspetto importante legato alla loro età, come quello della socialità, del gioco, del movimento e di molte altre possibili esperienze.

Ma non tutto è perduto………Come possiamo aiutare i bambini a fronteggiare lo stress?

  • Essere presenti nell’ascolto e rispondere alle domande dei bambini con sincerità utilizzando parole semplici e adatte alla loro età; questo atteggiamento infonde fiducia e rassicurazione ed è fondamentale per imparare a dare un senso agli eventi della vita.
  • Riconoscere e legittimare ogni emozione, far capire che non ci sono emozioni giuste o sbagliate e che è normale sentirsi impauriti, tristi o arrabbiati.
  • Evitare frasi di uso comune come “Non pensarci”, “Non avere paura”, “Non piangere”, “Arrabbiarsi non serve a nulla”, “Cerca di essere forte”, poiché, invece di avere un effetto positivo, vanno ad ostacolare l’espressione del disagio e delle emozioni.
  • Coinvolgere i bambini nelle attività quotidiane dando loro dei compiti semplici, ma che li facciano sentire utili e importanti, usando anche creatività e fantasia.
  • Leggere insieme, disegnare, usare la manualità, ballare, inventare storie e recitare.
  • Alternare momenti rilassanti ad attività motoria e ludica, proponendo esercizi fisici e divertenti.
  • Limitare l’esposizione alle notizie dei media selezionando solo informazioni ufficiali ed essere certi che vengano recepiti messaggi corretti da parte dei bambini.
  • Ricordarsi che i genitori sono l’esempio più importante per il bambino e per questo è indispensabile prendersi cura di se stessi, seguendo un’alimentazione sana, evitando di utilizzare in maniera eccessiva la tecnologia, riposandosi e facendo una regolare attività fisica anche se nelle proprie case.
  • Rimanere in contatto telefonico o video con familiari e amici;
  • Rassicurare i bambini dicendo loro che tutti i medici, i sanitari in generale, e gli scienziati del mondo si stanno adoperando per trovare una cura e risolvere il problema al più presto.

Mirco Casteller